
Abitavo in un paesino con una biblioteca minuscola, il cui bibliotecario era fissato con classici e best seller, non è dato sapere se per gusti personali o per limitatezza dei fondi disponibili. Io invece ero stata folgorata dalla fantascienza.
Ricordo come fosse ieri quel martedì grasso del 1984.
Il bibliotecario del paese mi aveva vietato l’accesso a gran parte degli scaffali, attenendosi rigorosamente alle età di lettura consigliata: 6 anni. Poco importava che dopo due mesi ne avrei compiuto sette.
In seguito alle mie accorate e numerosissime proteste – ero una discreta rompiscatole – mi aveva lasciato prendere in prestito il ciclo Bretone, promettendo di lasciar cadere il divieto se l’avessi riconsegnato corredato di riassunto e scheda di lettura, nella convinzione che avrei desistito. Riconsegnai il libro con scheda e riassunto, ma il divieto non decadde e la mia immediata reazione fu scioperare. Inizialmente pensai a uno sciopero della fame, ma davanti a un’enorme bistecca ai ferri con purè decisi che uno sciopero della parola fosse più opportuno.
Durò un mese. Inizialmente i miei non reagirono, col senno di poi posso dire che non dover sottostare alle mie continue domande su qualsiasi cosa, domande a cui spesso non sapevano come rispondere nell’epoca pre-internet, deve essere stato un sollievo. Dopo un mese mio padre cedette e, prima che il mutismo diventasse un abitudine radicata, mi diede libero accesso alle librerie di casa.
Fu così che quel martedì grasso rifiutai di andare alla sfilata dei carri e mi chiusi in camera a leggere La spada di Shannara. Venni interrotta dal trillo del telefono, un monolite grigio di ultima generazione con la scritta SIP sulla base e una modernissima tastiera.
Mia nonna aveva fatto le frijolas. Poco importava che non mi interessasse per nulla mangiare le frittelle in quel momento, se la mia gemella voleva andarci dovevo andarci anche io, senza discutere.
Sospetto tutt’ora che le frittelle fossero state commissionate da mia madre per costringermi a mettere il naso fuori di casa.
Negli anni 80 noi bambine eravamo obbligati a fare ‘il riposino’. Ci faceva bene, dicevano.
Così, mentre gli adulti dormivano, noi per una o due ore fissavamo il soffitto: chi sbuffando come me; chi per far piacere al bambin Gesù, come Andreina; chi nella completa immobilità, con il terrore che la ‘mamma del sole’, vedendola sveglia, la portasse a giocare con il figlio, riducendola a un frammento di carbonella, come Ilaria.
Io per quel momento tenevo sempre in tasca una piccola torcia che avevo trafugato dal cassetto di mio padre. Lui continuava a cercarla, per ritrovarla ogni due mesi sempre con le batterie scariche e smarrirla nuovamente subito dopo averle ricaricate. Ho perso il conto, negli anni, di quante volte abbia borbottato ‘in questa casa devono esserci i fantasmi’ non trovandola dove l’aveva lasciata, o ritrovandola dove l’aveva cercata inutilmente.
Quel pomeriggio, con lo stomaco zavorrato da una spirale di frittelle, ingoiate a suon di ‘mangia, che devi crescere’, che avremmo digerito dopo un paio di giorni, venimmo messe a dormire nella camera che era stata di zia Antonella.
Entrando scorsi sul ripiano della scrivania un libro con la copertina bianca e una sottile linea rossa nella parte superiore. L’immagine sul fronte, racchiusa dentro un tondo, raffigurava un cervello rosa e una specie di piccola astronave che gli girava intorno. Ma nonna mi tallonava con espressione sospettosa, quindi finsi uno sbadiglio e mi lasciai infilare a letto.
Aspettai con il fiato sospeso prima che la casa divenisse silenziosa, poi che mio nonno iniziasse a russare. Russava a volume sufficiente da nascondere il suono dei miei passi scalzi, ma mia sorella – la spia – era ancora sveglia. Quando anche lei iniziò a russare sfilai la torcia dalla tasca dei pantaloni di velluto marrone e mi avvicinai alla libreria.
‘Urania. Isaac Asimov. Destinazione cervello’, recitava la copertina di quello strano libro.
“Solo un paio di pagine”, pensai. “Giusto per vedere com’è”.
Tornai a casa con fare circospetto, con la camicia perfettamente sistemata dentro i pantaloni e il libro di Asimov nascosto sotto la maglietta della salute. Avrei pensato più in là a come rimetterlo al suo posto.
Mamma, vedendomi così insolitamente ordinata, chiese se ci fosse stato qualche problema, ma mia nonna rispose convinta che avevo dormito come un angioletto, avvolta nel piumone come una crisalide, per più di tre ore di fila.
Il problema di come riportare il libro al suo posto, prima che mia zia ritornasse e scoprisse il furto, si risolse da solo grazie a una telefonata. Zia voleva sapere come stessero le ‘due monelle’ e, scoperta la mia fissa per il fantasy, mi disse che potevo prendere il libro che aveva lasciato dalla nonna.
Quel libro fa tutt’ora bella mostra di sé nella libreria di casa, affiancato da tanti altri libri con un immagine a forma di oblò sulla copertina, bianchi i più vecchi, argentati i più recenti.